domenica, 24 agosto 2008

 

IL SOCIALISTA FUMAVA LA PIPA

  - come due idee incompatibili diventino la stessa cosa

con un fine barbatrucco, parte prima -

 

Sosteneva, quindi, Pertini che la libertà rimane vuota se non sono garantiti, in termini di giustizia sociale, i mezzi per attuarla.

E d'altronde, che un uomo sazio ma privo di libertà è un essere dimezzato e povero.

 

E' difficile analizzare nel dettaglio questa popolare tesi se prima non è chiaro essa non è ciò che sembra.

La proposizione di Pertini non è una idea politica- socialismo e liberalismo sono compatibili -, ma un argomento apologetico, il classico ragionamento del "superamento".

Il socialismo, insomma, supererebbe il liberalismo sul suo stesso terreno, perché includerebbe le sue stesse pretese di libertà e diritti completandole.

 

Per ragioni che ignoro, questa fantasiosa fusione di socialismo e liberalismo è accolta senza fiatare da molti.

 

Ma non era più semplicemente un modo per riaffermare le proprie idee, per concretissimi fini di marketing politico?

Facciamo allora un piccolo excursus su come una idea politica possa giustificare sé stessa di fronte alla concorrenza ed evitare di sparire.

 

Come socialista Pertini doveva opporsi a cose quali liberalismo, dottrina sociale cattolica, teoria del libero mercato e comunismo.

 

Era ed è difficile negare che queste dottrine mirano tutte a fini d'aspetto desiderabile.

Libertà di pensiero e di costumi; comune cooperazione e solidarietà sociale; possibilità d'essere padroni della propria vita tramite il proprio lavoro; eliminazione delle sperequazioni sociali; etc. etc.

 

Tutti i fini hanno un'aura d'evidenza e nessuno pare sbagliato.

Solo ad una analisi un po' teorica e astratta potremmo renderci conto se la libertà di parola ha certi limiti o che l'uguaglianza economica non è così bella come pare.

Ma poi, chi glielo va a dire all'elettore una cosa talmente impopolare?

 

D'altra parte non si possono sostenere tutte quelle dottrine, perché contrastanti.

Nell'imbarazzo, qualche argomento pro e contro lo dobbiamo pure trovare.

 

La cosa più facile è che si metta mano al vasto e fantasioso repertorio delle accuse storiche.

Il cattolicesimo ha oppresso scienza e libertà, ed ha collaborato con nazismo e fascismo; il comunismo colpisce baionetta al ventre le donne incinte e stermina gli ebrei russi; il libero mercato ha causato carestie e giustificato l'operato di infami sfruttatori; ...

 

Le recriminazioni possono avere perfino un fondo di ragione.

Resta però il fatto che queste non sono obiezioni politiche, e che in nessun modo è dimostrata la falsità delle altre dottrine.

Possono funzionare in una mischia, ma non appena gli animi si calmano, l'uditore meno cretino s'accorge che è solo un trucco emotivo.

Si deve passare a qualch'altro espediente.

 

Se l'apologeta intende proseguire sulla stessa strada, può cercare di tenere acceso il clima di scontro e di mischia.

Questo, però, funziona solo su medi  periodi: è quasi inevitabile che le parole poi si traducano in atti di violenza e che questi rendano desiderabile la fine del conflitto politico.

 

In alternativa, l'apologeta può rinunciare al dimostrare la validità assoluta del proprio sistema. Lentamente il suo movimento cesserà di essere un partito politico, con pretese egemoniche, e diverrà un organismo politico d'altro tipo: un partito leggero, una macchina elettorale, un think tank...

Sebbene sia una buona via d'uscita, non sarà indolore: gli affezionati della passata ideologia grideranno al tradimento e cercheranno di ricostituire il vecchio partito.

E' necessario un periodo molto lungo perché i virulenti residui del passato si estinguano.

 

Come via intermedia, c'è la strategia dell'autolegittimazione culturale.

Un movimento politico che possa controllare una certa compatta porzione del sistema culturale( editoria, educazione, svago, arti... ), può giustificare sé stesso con questo mezzo.

E' sufficiente fare battage e radicare negli animi un certo arbitrario sistema di valori.

Nel sistema, il valore più alto sarà l'ideale di riferimento del partito: ecco che "cristiano" diviene quasi sinonimo di umano, onesto e socievole; "sinistra" comincia ad equivalere a "cultura" e "uguaglianza" e ad opporsi a "egoismo"; "liberale" si confonde sempre più, complice l'assonanza, con "libertà" e "giustizia"; etc.

 

Non c'è nessuna buona ragione, ovviamente, perché il principale valore di riferimento della politica debba essere l'uguaglianza anziché la libera impresa o la difesa dei costumi tràditi o l'emancipazione.

Tuttavia, fintantoché resta il controllo sul sistema culturale, i più non si porranno queste domande.

L'unica limitazione è il carattere effimero di queste egemonie.

Finora la stampa e l'educazione sono state pesantemente di sinistra e il mondo associativo-sociale cattolico, ma bastano pochi anni per abbattere questi primati.

 

All'apologeta resta ancora un'altra via da percorrere, più sottile e dall'aria più pacifica.

Può cercare di mostrare, in maniera speciosa, che la sua dottrina riafferma le idee avverse meglio di quanto non faccia l'avversario.

 

Sei socialista? Voilà! Allora sei più liberale dei liberali... meglio: il vero liberalismo si trova nel socialismo più spinto e nella oceanica questione sociale.

E poi, chi meglio di un democristiano è egualitario? Su, dai, non è stato Gesù di Nazareth il primo comunista?

 

...to be continued...

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categoria:politica, philosophia
sabato, 23 agosto 2008
 
SANDRO
  
 
Domanda: Perché formalmente ha ragione, ma in buona sostanza ha torto
                 su tutta la linea?
Risposta:  Libertà, giustizia sociale, beni, individuo, socialità... etc etc.
                ...al prossimo post domani o lunedì...
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categoria:politica, philosophia
sabato, 09 agosto 2008
 
Interview
with the philosopher
( aneddoto udito )
 
Inizio d'intervista.
  
“Dunque, - pausa - professore, lei che è un filosofo...”
“Perdoni. Sono uno storico della filosofia, non un filosofo.”
“Beh però... - imbarazzato gesto di complicità - comunque lei... è nel giro, no?”
“Signore - sorride cordialmente - lei sta dando dell'animale a un biologo...”
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categoria:philosophia, humor di pessimo gusto
giovedì, 07 agosto 2008
   
Ipse dixit
for philosophers only
 
Un filosofo analitico non commette mai paralogismi.
Infatti, di norma, non conosce il greco.
 
( Per chi a leggere gli argomenti di Quine e Dennett ride e ride e ride... )
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categoria:philosophia, humor di pessimo gusto
sabato, 19 luglio 2008
  
Theology's hot
 
E uno: "Gli uomini vogliono solo quello..."
E l'altro: "No! Di' piuttosto che c'hanno in testa solo quello! Tutti pensano a quello!"
Trattasi, ovviamente, di sant'Agostino vs. sant'Anselmo.
Chiaro, no?
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categoria:philosophia, humor di pessimo gusto
domenica, 08 giugno 2008
 
Chiude lo SWIF
   
Il Sito Web Italiano per la Filosofia, un mix riuscito di recensioni, call for comments, libri on line e progetti di ricerca chiuderà i battenti a luglio.
Resterà on line, per ora, la biblioteca ma senza nuovi aggiornamenti.
Peccato.
 
Una parte di ciò che ho letto di etica, ontologia e filosofia della politica è iniziato da lì.
Era un progetto misurato e pulito.
Non pretendeva di aprire dibattiti né di sostituire l’insostituibile forma di studio tradizionale: fatti di prima mano, bibliografia secondaria, un metodo, lavoro solitario e lontano dai “grandi dibattiti contemporanei”.
Raccoglieva articoli di divulgazione, bibliografie, introduzioni concise dei ricercatori al loro ambito di ricerca, tesi di laurea, recensioni.
 
Restano sempre le RecensioniFilosofiche, la StandfordEncyclopedia ( sito di qualità discutibile ) ed altre pagine tematiche.
Ma il fatto che la cosa sia nata da una università piccola come quella di Bari, in forma autogestita, era una piccola ragione d’orgoglio.
Peccato.
postato da: enochirios alle ore 13:32 | Permalink | commenti (3)
categoria:news, philosophia
martedì, 11 marzo 2008
  
LA FALLACIA DI CHE GUEVARA
  ...ispirato a Sabina Guzzanti...
 
Il Che è in un accampamento isolato nella foresta con 1243 uomini e solo un piatto di pastasciutta.
Per non farli morire di fame applica un rigoroso comunismo dei beni e fa dividere con il machete pasta e pummarola in milleduecentoquarantatre porzioni.
( Lui niente. Ernesto Guevara vive di puro spirito. )
"Es verdadero comunismo! Asì, " - ragiona - "despues dos meses saràn todos meno muertos..."
 
Non dite di no: a sentirla da questo barbutone con basco e cubano in bocca si sorride.
Ma lo sketch può essere utile anche per trarne qualche insegnamento, financo filosofico.
Che Guevara dimostrava, infatti, tre serissimi problemi con il concetto di vita.
 
 ...sotto la soglia la capra crepa...
Il comandante Che voleva foraggiare i suoi mille barbudos con 1 decimo di tagliatella a testa.
Come formalizzare l’errore di questa pretesa?
Il Che non aveva colto che se riempire a metà una bottiglia è renderla mezza piena, mangiare per un mese metà del necessario non è avere soldati mezzi vivi.
La vita ha bisogno di una certa soglia perché essa possa svilupparsi.
 
...il mio gatto non è commutativo...
Gli eventi della vita, poi, neppure possono essere in ordine sparso: mangiare molto ora e poco tra un mese non è la stessa cosa che mangiare poco ora e abbastanza tra 30 giorni.
La vita è una precisa storia orientata tra passato e futuro. In termini algebrici, io o il mio gatto non siamo una vita commutativa.
 
...meglio in Svizzera che morto...
Ma l'intoppo più grosso intoppo per l'Ernesto è che morte e vita sono un aut-aut.
Non ammettono gradualità e nessuno può essere più o meno morto d'un altro.
 
Ci sono casi limite in cui siamo “più” o “meno” sicuri che un malato sia vivo: un uomo in coma vegetativo è, per quello che ne sappiamo, più morto di uno in arresto cardiaco da 3 minuti .
Ma non per questo vita e morte sono gradazioni d’un unico concetto che va dal defunto al vivente, come potremmo andare dal nero alla luce piena col variare della luminosità.
 
Piuttosto, è come due stati su una cartina e un punto di frontiera.
Qui tutto Italia, là tutta la Svizzera.
Al confine mi porrò per un istante la futile domanda: “Ma dove sono ora?”
Un piede di qua e uno di là, e magari il confine è segnato con una linea confusa... chissà, di preciso, in che paese mi trovo!
Di certo, se sbilancio il corpo in avanti sarò più sicuro di essere in Svizzera.
E se arretro di mezzo passo, sarò più sicuro di essere in Italia.
Tuttavia, italianità e svizzerità non sono sfumature di un unico concetto, chessò: l'italoelveticità.
Lo stesso vale per la vita.
 
...conclusione...
In fondo, questo era bene noto per Che Guevara.
Una volta morto, di lui non restò e non esistette nulla oltre al suo corpo.
Ma non fu per questo meno vivo: di lui rimase ben la trasparenza della sua amata presenza... comandante Che Guevara...

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categoria:philosophia, serio ma non troppo
giovedì, 31 gennaio 2008

Un po' di umiltà non guasta. Questo argomento ha due patenti salti logici ed è sbagliato.

Lo tengo solo a futura memoria per me stesso...

   

Sull' "unico" metro morale

( piccolo argomento )

  

In generale

 

E’ noto che parlare della “libertà” in rete o nella vita reale scatena violente discussioni.

Discussioni è una parola grossa... Diciamo: una gragnuola di motti, arguzie, slogan e assiomi di presunta rilevanza universale.

 

Il tutto, in buona sostanza, si risolve nel riaffermare con tono incazzato i propri presupposti.

Il libertario rimprovera al tradizionalista di non riconoscere il valore ultimo della libertà, il tradizionalista replica che non si comprende la libertà nella sua piena dignità se non nella tradizione, il personalista s’intromette dicendo la libertà umana presuppone la conoscenza dell’umano etc. etc.

 

Enumerare l’intero frasario di circostanza sarebbe lungo e richiederebbe un catalogo di tipo omerico.

Ma tra queste, una delle frasi più celebri suona: “La libertà è fine a sé stessa.”

 

E’ letta in molti sensi, secondo la sensibilità del singolo...

“La libertà ha un valore in sé”; ”la libertà può essere valutata prescindendo dagli scopi dell’azione”; ”il fine ultimo dell’uomo è la liberta”; “non dobbiamo usare la libertà come mezzo” etc.

 

Sta solo al lessicografo determinare i significati corretti - cioè quelli in uso - del termine. Per il resto, ogni interpretazione è lecita purché si faccia una chiara accusatio terminorum.

 

La tesi libertaria

 

Altra faccenda è sapere se le tesi connesse a quei significati sono vere.

C’è in particolare una lettura di quanto sopra che mi pare interessante.

Essa dice, più o meno: “La libertà è fine a sé stessa, nel senso d’essere un metro autorevole e sufficiente per valutare moralmente - in senso lato - le azioni altrui.”

Anzi: “E’ l’unico metro oggettivo per soppesarle”.

 

Chi formula queste tesi non è mai così ingenuo da pensare: “Totale licenza dei costumi purché si agisca in libertà!”.

Aggiunge di solito una postilla di questo genere: “La libertà è l’unico metro valido oggettivamente e dall’esterno solo per comportamenti privati, ovvero quelli non soggetti alla legge o alle consuetudini sociali”.

 

Non è sorprendente questa rigida partizione tra privato e non privato. Dopo tutto, neppure il criterio della libertà vorrebbe entrare nel merito delle azioni dei singoli, ma si arresta - per così dire - sul confine. *

 

Questa rigida separazione tra privato e pubblico si presta a infinite obiezioni.

Davvero c’è incomunicanza? Cosa fa da pietra confinaria e cosa garantisce che non si sposti nel tempo? Il singolo non ha forse diritto a ribellarsi alle norme pubbliche- quando ne ha diritto- proprio in nome della morale che abita il privato? E come potrebbe, se l’etica per massima parte non è oggettiva?

Ma le obiezioni hanno lo svantaggio di essere complicate e poco incisive.

 

Al contrario, l’asserto libertario rende egregiamente conto di una comune esperienza quotidiana.

Noi abitualmente diamo sugli altri una prima valutazione morale con il metro della libertà e dell’autonomia.

Di chi agisce in prima persona, diciamo tutti e senza incertezza che dimostra forza d’animo e iniziativa e di chi si assume la totale responsabilità delle proprie azioni aggiungiamo che è persona rispettabile.

 

Ma quando dobbiamo giudicare le azioni e la persona in sé, le nostre intuizioni perdono nitidezza e le nostre opinioni cominciano a divergere.

 

Insomma, la libertà come unico criterio etico oggettivo e chiaro parrebbe ben fondata.

  

Un contresempio

 

Mi pare però che ci sia un semplice controargomento.

Ci sono molti casi - non tutti - in cui è impossibile giudicare la libertà di un’azione senza dare giudizi di valore.

 

( A scanso d’equivoci: ciò non ha nulla a che vedere con la vituperata “libertà positiva”.

Vale a dire: l’idea che le nostre scelte sarebbero libere solo se conformi a quei particolare doveri che ci realizzano come persone, cittadini, uomini, mariti, lavoratori etc.

Sono quella sottoclasse di doveri chiamati virtù, che però qui non giocano alcun ruolo. )

 

Procediamo con ordine.

 

La libertà può essere limitata in forma quantitativa o qualitativa.

 

Se voglio afferrare un oggetto ma sono legato con catene, queste mi rendono meno libero in senso quantitativo. Quanto più il carceriere allenta le catene tanto più io sono libero, fino al punto in cui io potrò scappare.

Queste limitazioni sono costrizioni.

 

Se invece voglio decidere chi sposare ma affido la scelta ad un altro, la mia libertà è diminuita, ma in modo diverso: delegandola, la mia azione diviene meno mia e la libertà è meno libertà.

Questa è una diminuzione qualitativa, ossia un affievolimento, uno sminuimento per minore autonomia.

 

Ipotizziamo allora un dilemma: sposarmi o farmi prete, intervenire nella vita di mio figlio o lasciarlo fare, prendere la parola in un’assemblea o subire la discussione altrui, sostenere il PD o unirmi alla resistenza(  ) etc. .

Se io affidassi la scelta ad altri sminuirei la mia libertà.

 

Ma poniamo che la decisione sia destinata a toccare qualcuno con cui sono ferocemente infuriato.

Non sarebbe del tutto sensato chiedere ad un altro di ponderare la decisione con lucidità maggiore della mia? Nessuno direbbe di noi che così facendo abbiamo svilito la nostra libertà.

 

E ora chiedamoci: perché nessuno lo direbbe?

 

Usiamo un ragionamento per esclusione, abbastanza affidabile visto che le possibili risposte non sono infinite.

 

Non è questione d’essere preda delle passioni. I moti dell’animo ci accompagnano tutto il giorno e non sempre a nostro danno: c’è la quiete dello studioso, la foga del retore, l’indignazione del sindacalista...

Neppure dipende dalla scarsa “razionalità” che l’ira produce. Quotidianamente disponiamo solo di 1/10 delle conoscenze e della razionalità necessaria all’azione, eppure- ci arrangiamo.

Non è neanche per il rischio di invadere il campo d’azione altrui, perché il discorso resterebbe in piedi anche se l’ira rischiasse di farci prendere cattive decisione a riguardo di noi stessi.

 

La risposta più sensata e semplice è, mi pare, che rischieremmo di fare la cosa sbagliata.

Questo però vuol dire che giudicare la libertà di un’azione compiuta con una parziale delega è impossibile, se già non conosciamo il valore morale dell’azione che quella delega eviterebbe.

 

La prima conseguenza di ciò è che la libertà non è un metro autonomo ed a sé stante.

 

Ne segue a ruota che se la libertà è valutabile in modo certo e oggettivo, allora non può poggiare su qualcosa che sia da meno. Quindi, o la condizione di libertà non è oggettiva o lo è anche il valore etico delle azioni.

 

Se consideriamo quanto spesso i “libertari” si professano anche “relativisti etici”, non è cosa da poco.

 

* Con una nota frase sarcastica, ma seria l’on. Franco Grillini disse del on. cilicio dell’on. Paola Binetti: “Il sadomasochismo è un modo di godere. Purché ci sia libera scelta.

 

( parzialmente riscritto sabato 2 febbraio )

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categoria:philosophia
martedì, 06 novembre 2007
    
Paralogismo apoftegmatico
Version 2
( not for philosophers only )
    
“Salve. Ieri ho scritto questo post, ma lo capivo solo io e un mio amico. Quindi ho deciso di riplasmarlo.”
“Riplasmarlo?”
“Zitto tu, che non esisti. Sei solo un interlocutore fantasma, e per di più non interrogato!”
“...un interlocutore fantasma di comodo. So essenziale a far star in piedi questo dialogo”
“Vabbè: di comodo, come ti pare.”
“Ma su cos'era il post? Sai, io ieri non cero.”
Riduzionismo mente-cervello, e ci scherzavo su.”
“Eh, me lo sono chiesto spesso, nei limiti della mia inesistenza, se quel che penso potrei ridurlo tutto ai processi del cervello.”
“Ma complimenti, bella frase! Se solo non l'avessi scritta io...”
“Non fare l'ironico. Ma chissà, davvero... se non fosse possibile ricondurre luno allaltro...”
“Per dirla con fanta-fuffa, nella forma più estrema, a cui non credo, potremmo fare pappa di tutto il nostro cervello o scambiarlo con un altro, ma mantenere intatta la mente.”
"Fare pappa...? Come stai facendo con il post?”
“Sì. Infatti con questo voglio anche testimoniare che, a naso, non sono monista.”
“E io cosa testimonio?”
“Tu sei il fantasma che abita il cervello: la res cogitans cartesiana, sia chiaro! Mica la mente.”
“Infatti non esisto... peccato! Ma i monisti- che dice mai un monista?”
“Qualcosa come: " ’Orco can! L’è tutto cervello! Nulla della mente che non sia materiaccia grigia! "
( “Questo monista, chiamiamolo prof. X, frequenta le osterie.” )
“Un non monista - diciamo prof Y - si inventa invece qualche argomento per smontarla. Per dire, comincerebbe a parlare di zombie.”
( “Questo, invece, vede troppi B-movie con formiche giganti.” )
“... e così e cosà, prof. Y direbbe grossomodo che noi siamo coscienti e ragioniamo in prima persona. Il cervello di per sé è parte del corpo. Possiamo però immaginare un essere il cui corpo si muove come se fosse cosciente, ma non lo è: uno zombie.”
“E dunque?”
“Allora mente e corpo sono concettualmente diversi.”
“Oh bella! Ma qui c'è materia per una reductio ad absurdum!”
“Absurdum? Uno che non esiste, viene a parlarmi di assurdo?”
“Sei intollerante.”
Orgoglioso di esserlo. L’intolleranza è l’anima dello humour e della benvolenza.”
“Ma dicevo... ad absurdum, philosophi, ad absurdum!
( “Parafrasi il Vangelo o Nietzsche?” )
( “Entrambi.” ) “Come che sia, prendiamo che prof. X, il riduzionista, abbia ragione.”
Vabbè, prendiamo.”
“Oh diavolo, sai che colpo! Prof. X sarebbe una persona intelligentissima.”
“...?”
“...trasuderebbe intelligenza da tutti i pori.”
“Lintelligenza, la quale è mente.”
“...la quale mente è cervello! Quindi, mister X trasuda materia cerebrale dai pori!”
( “Fa un po schifo, lo ammetto.” )
“Ma allora mister X è uno zombie!”
“Indubbiamente, doctissime Thoma qui non subsistis.”
“Anzi, un gran ZOMBIE!!”
“Dunque, dunque, una bella "contraddizione"...”
“E il monista ha torto.”
“Già già. Grazie, sueño de la razón: ci sei stato utile.” ( ? )
“Di nulla. Dove cè da ragionare, non manco mai.”
 
( Chi non conosce David Chalmers non ci capirà troppo del post- del resto privo dogni pretese di serietà-, ma pazienza... Ho anche scoperto anche il suo blog che a una prima occhiata mi pare divertente et istruttivo: c’è anche una parte di humour filosofico logico-formale... WOW! )
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categoria:philosophia, humor di pessimo gusto
martedì, 25 settembre 2007
  
A LITTLE NON-SENSE TALE
    
( o breve storia di mister John Peter Aradox )
  
  

“Dottore?”

“Sì, entri pure.”

Thanks.”

“Appuntamento delle 10, lei quindi è il signor…?”

“Oh, il mio nome è John”- alzò la bombetta astratta- “ John Peter Aradox.”

“Ok, quindi per lo schedario: JOHN P. ARADOX…?”

Exactly.” - rispose l’uomo con un sorriso azzurro- “John Paradox…”

“Oh, allora”- con un’occhiata sguincia- “si accomodi. Mi dica tutto: perché viene da me?”

“Oh, sir…. Io sono, come si dice? Andicappato.”

“Andicappato?”- lo guardò perplesso- “Faccia vedere…”

Dalla poltroncina si alza e cammina un giro e mezzo attorno al tipo in giacca blu.

“Scusi, ma non capisco. Mi pare tutto in ordine.”

“Ma no, ma no… non capisce proprio chi sono?”

“Hmm no, mister P. Aradox.”

“Oh mr. doctor, io… I am just a gioco di parole.”

“Un cosa?”

A funny tale… una celia, un raccontino. Non esisto se non per chi mi sta raccontando.”

“Lei? Con impermeabile e bombetta?”

“Certo. Impermeabile, umbrella, sigaro, bombetta… In fondo, un luogo comune.”

( “Oddio, ma da dove sbuca…?” meditò mordendosi il lato d’un labbro. )

“…ma anche lei non esiste, se non in questa storia da concludersi.”

“Come non esisto? Certo che esisto, signor Par-…”- battè due dita sul tavolo- “mr. Aradox. Io, come anche lei, so di esistere.”

But of course. Per lei l’esistenza è un fatto certo come lo è anche la mia per me. E nonostante tutto questo v’è però una prova anche del contrario.”

“Prova? Scusi, ma di questo discorso - diciamo - non colgo bene la logica.”

“Le dico che là fuori qualcuno sa bene che lei non esiste.”

“Là fuori, cioè, in aspettatoio?”

“No, no: intendo nel mondo oltre, dove ci stanno leggendo.”

“Ma signore, nessun mondo oltre e mondo oltre! Io come vede sono qua” - s’alzò dalla poltrona - “sulla mia solida sedia a parlare con un SOLIDO PAZIENTE.

“Ciò è a suo modo ovvio. Lei vive nella storia, vede la storia e non ha modo di uscirne. Perciò non può dire che questa è una storia.”

“Ecco appunto. E com’è che lei mi viene qui a dire che non esistiamo?”

“Gliene avevo accennato: io sono un gioco di parole.”

“Non capisco.”

“Vede, i giochi di parole non sono proprio parole. Le parole dicono solo qualcosa sul mondo.”

“Sì, d’accordo.”

“…ma i giochi di parole sono quegli articolati suoni che fanno fermare di botto chi li sente e rifletterci sopra, e poi basiti ridacchiare. John P.Aradox è il mio nome” - fece con la mano un cortese cenno ortogonale - “ma anche un gioco. Il gioco parla di me, ma anche di sé stesso.”

“Vuole dire che i giochi di parole guardano al mondo, ma sono anche fuori e sbirciano su sé stessi?”

Exactly. I giochi di parole vedono sé stessi dal mondo oltre.”

“Capisco- si fa per dire- e dunque il suo nome…”

“Eh, non solo il mio nome! Io sono un gioco di parole, e sono il mio nome. Io vivo da ubiquo equivoco: così sono nella storia ma so che è una storia.”

“Eh sì”- esalò sconsolato- “ma a me tutta questa giornata pare un poco ubiqua. Oggidì il mattino è arrivato alle 7 in punto, ma - mi sa- ha anche lasciato il senno a casa.”

“In confidenza” - l’uomo fece un sorriso viola- “questa non è una storia troppo assennata. Anch’io mi son permesso ubiquamente di lasciare un po’ di senno nel cassetto dei fazzoletti.”

“Ma per dare un po’ di senso a tutto- la prego, lei non diceva  di essere andicappato?”

That’s the thing! Andicappato! Perché- in italiano, altrimenti come si direbbe handicapped ?”

“Mah, non so: svantaggiato, malato, menomato…”

“Ecco! "Menomato". Io sono menomato, e invero mi manca una cosa.”

“E che cosa?”

“Un acca, sir. Io sono andicappato, ed è nel carattere del mio gioco di parole esserlo senz’acca.”

“Vuol dire che lei, sano come un pesce, viene da me perché desidera… essere handicappato?!?

“Oh no! Io vengo qui perché la storia abbia un finale.”

“Di nuovo, sa, ma non la seguo.”

“Ora, come lei sa io sono un gioco di parole e una singola lettera di un calembourg cambia tutto il calembourg.”

“Quindi lei da me vuole quell’acca O NO?”

“Sia l’uno sia l’altro, come in ogni paradosso. Da andicappato, vorrei non esserlo e divenire sospiroso e con l’acca,”- l’uomo in blu lo pronunciò con un breve soffio tetraedro- “ma se divento Handicappato, non difetterò più d’alcunché e handicappato non lo sarò davvero.”

“E c’è qualche speranza di farla uscire dal mio studio?”

Oh yes, there is. Provi, sir, ad espirare forte.”

“Vuole forse un’ahha?” chiese ironico il medico.

Thank you, doc…” stormì lo sconosciuto e scomparve in una luna color risacca.

 

( Lo scrivente del post ha 5 dita solo sulla mano destra.

Niente commenti sull’ “insensibilità”. )

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categoria:philosophia, humor di pessimo gusto, scriptum