categoria:dies cotidianus, surrealia, di me e di altro
Ho ricevuto dall’amica Azalais una menzione come blog dianoesipoietico.
Se pensate che “dianoesipoietico” non sia italiano, avete ragione.
Però, dire “Eno è stato nominato”( l’avete pensato, vero? ) lo è ancora di meno.
E cosa gravissima: è di moda. :-)
Ma non divaghiamo.
Il mio blog è stato- GIUSTAMENTE! e bando a sciocche modestie!
- ritenuto uno che fa pensare.
Ahimè, questo significa un gradito complimento, ma anche un totale fallimento per me.
Sono sempre stato convinto che un blog:
-non faccia decentemente politica
-non possa fare idee
-non costituisca alcuna ridicola forma di e-democracy
-non sia un luogo di informazione o di “cultura”
-non abbia i mezzi di fare critica sociale, che cmnq è una cazzata di suo
-non permetta di farci “comprendere” dagli altri.
Questo perché far pensare sulla rete è totalmente pretenzioso, e crea più danni che altro.
( Magari a volte violo questi principi, ma non badate ai miei cattivi esempi... )
Invece, la levità e l’umanità sono la forza dei migliori blog, per quanto tecnico o viceversa quotidiano sia il loro contenuto.
Uno dei mejjo blog che leggo ha iniziato la sua carriera con un motto: “Astenersi persone serie”.
Ogni post che è seguito, trattasse di dotte robe o di putanèzi, ha mantenuto quel sorriso a 15° d’inclinazione.
Ma la levità e l’umanità non si conciliano bene con la pubblica segnalazione( cinque sono le segnalazioni richiestemi ).
Ci sono, in effetti, blog in attività che ricadono nella novero di chi fa pensare con la testa, ma soprattutto con il cuore ed il sorriso.
Me li lascerò però in pectore.
Preferisco segnalare alcuni eventi o persone, del mondo reale, che m’hanno smosso il cuore e fatto dolcemente pensare.
Ah, cmnq: grassie Azalais! 
1) A Franz, III liceo.
Uno spirito da blogger ante litteram( attualmente nella legione straniera, e non lo sento da 7 anni ).
“Secondo Sartre, con il suo consueto bello stile e acume, la borghesia diversamente dal ceto proletario sta insieme, ma in modo scompaginato, come tanti piselli in un barattolo.”
( - mano si alza - )
“Sì?”
“Ma dico, - colpetto di tosse - Sartre cosa vorrebbe? Un unico pisellone?”
2) Alla sconosciuta ragazza in una pizzeria di Trieste questo luglio.
A un tavolo ha ordinato un litro di acqua e nient’altro.
Ha aspettato nervosamente, 10 minuti, mezz’ora, un’ora, e guardava l’orologio.
Non si accorgeva di quello che stava attorno a lei: il casino, i turisti, i camerieri.
Il viso era gentile e bagnato di lacrime.
Di nuovo guarda l’orologio.
Beve l’acqua- un litro- paga e saluta i camerieri- ed è andata via.
Su bella, su... :-)
3) Ad A., che passa il tempo a parlare di donne e vino.
Che mi racconta barzellette sporche.
Che è capace di scolarsi mezza bottiglia di whiskey e innumerevoli bicchieri di vino.
Ma, purché non lo veda nessuno, si ferma per strada ad aiutare gli anziani, i ciechi, chi è sulla sedia a rotelle.
4) Al grazioso blog di Jess, che continuo a visitare regolarmente nella speranza che riapra.
Zucche,
ovvero l’eterno
“Dunque, feste... Commerciali, zucchificate, ma pur sempre feste.”
“Almeno il centro si rianima un po’. Le osterie e i bar listati di arancio e viola... i ragazzini che vanno a scampanellare in frotte mascherate...”
“Già. Visto che in centro o il selciato d’arenaria o gli alberi, e che foglie rosse non ce ne sono se non ai margini, portano un po’ di colore.”
“Non capisco bene il tuo tono: "commerciali" ma "colorate". Ti piace o no l’allouin?”
“Mah, ero piccolo e halloween non c’era. C’era la festa dei santi, e tra bambini si andava- non io, che ero troppo timido- a cantare per dolci ad ogni porta. Io sono sempre legato a quello.”
“Usanza perduta.”
“Ma per nulla!”
“Come, la festa di Halloween non ha soppiantato tutto?”
“Vedi, ieri uno stormo di bambini ha scampanellato al pian terreno della casa. "Dolcetto o scherzetto?" “
“Appunto, il "trick or treat" di Halloween.”
“Sì, e infatti sono uscito ed ho fatto loro con un mezzo sorriso: "Ma la conoscete la cantata dei santi?" “
“E loro?”
“ "Siam venuti cari amici, questa sera a ritrovarvi... questa sera xe una sera/ che i fanciuli i va cantando/ con un torso de candela... lode in ziel a tuti i santi... casa nobile e cortesia, st’altro ano ritornaremo... lode in ziel..." e così via. ”
“Di’ la verità, ti hanno smosso con questa canzone?”
“Altroché: cinque euro, e solo perché non avevo altro da dare per la pagana e violacea festa. Subito dopo però mi sono fermato pensoso e mi sono chiesto: "Ma che cos’è una festa?" ”
“In che senso?”
“Vedi, di tutta la cantata i bambini conoscevano davvero bene solo la prima parte e la fine: “siam tornati cari amici... st’altro anno torneremo” “
“Ti credo che tornano, se molli loro 5 €!”
“Spilorcio. No, voglio dire che l’essenza di una festa è ripetersi. In un certo senso, chi batte alla mia porta ieri è continua chi l’ha fatto vent’anni fa. Quei ragazzini era usciti per halloween, ma sapevano la canzone di chi li ha preceduti e a sguarciagola cantavano di esser tornati di nuovo. “
“E quanti anni avevano?”
“Alcuni avevano 8 anni. E’ impossibile che fossero già venuti; eppure dicevano con ingenuità e inconsapevolezza spiazzante di essere gli stessi già passati. “
“Quindi, la festa e i festeggianti sono immortale anche quando cambiano...”
“Beh, immortale no. Potrebbe spegnersi per sempre, ma per natura tende ad evitare cesure.”
“Ma insomma, Halloween ti piace o no?”
“Mi piace, perché in fondo è la stessa festa di sempre.”
“Ma le differenze tra i Santi e Halloween ci sono, eccome!”
“Sì certo, ma c’è quella sensazione...”
“Quale?”
“La sensazione di tornare anch’io ogni anno a cantare, anche se non l’ho fatto. La sensazione di condividere con molti un lunghissimo passato ed un’infinito futuro.”
...due angeli dicevano...
dedicato a ...
“Cosa c’è dopo la morte?”
“...che cosa dopo la vita?”
“Noi abbiamo visto ed ecco cosa c’è.”
“Dunque, la fine di tutto.”
“Sì, è la fine di tutto- ma non di ogni cosa.”
“E’ la fine di questo e di quello, di là e qui, della carne e degli occhi bruni.”
“Ma non è la fine di sé stessi.”
“Non c’è più tutto. Ma c’è ogni cosa, e ogni cosa non la possiamo indicare con la mano.”
“Solo perché c’è un qui noi pensiamo a tutto.”
“E se non c’è un qui nulla può essere indicato e toccato.”
“Sì, il tutto è quell’ogni cosa...”
“...quell’ogni cosa che pensiamo essere tutt’attorno a questo spazio, a questa carne.”
“... e c’è un questo perché vedo la mia carne che io sono...”
“E noi vediamo perché il sole illumina i nostri occhi.”
“Un occhio di carne, illuminato da un sole di fuoco.”
“Il corpo che io sono, questo io lo chiamo qui.”
“Ma non vediamo tutte le carni e tutta la cenere e tutta la polvere sotto la luce del sole.”
“Il tutto dobbiamo pensarlo.”
“Ma se vedessi me stesso, e te, e ogni cosa, senza qui e lì, senza carne...”
“...allora ogni cosa sarebbe senza distanza.”
“Se ogni cosa fosse veduta da un’occhio non di carne, il qui della carne sparirebbe e sparirebbe tutto.”
“Ma resterebbe ogni cosa.”
“E dunque ora io desidero...”
“Sì, desidero una carne. Che ne sapremmo dell’eterno senza essere di carne?”
“Non ne sappiamo nulla, infatti. Vedere, ma non sapere.”
“Perché il sapere è pensato.”
“E pensare, amare e desiderare è qui, è carne, è ora...”
“Ma se vogliamo sapere dell’eternità, desideriamo la carne.”
... i suoi occhi bruni...