Un po' di umiltà non guasta. Questo argomento ha due patenti salti logici ed è sbagliato.
Lo tengo solo a futura memoria per me stesso...
Sull' "unico" metro morale
( piccolo argomento )
In generale
E’ noto che parlare della “libertà” in rete o nella vita reale scatena violente discussioni.
Discussioni è una parola grossa... Diciamo: una gragnuola di motti, arguzie, slogan e assiomi di presunta rilevanza universale.
Il tutto, in buona sostanza, si risolve nel riaffermare con tono incazzato i propri presupposti.
Il libertario rimprovera al tradizionalista di non riconoscere il valore ultimo della libertà, il tradizionalista replica che non si comprende la libertà nella sua piena dignità se non nella tradizione, il personalista s’intromette dicendo la libertà umana presuppone la conoscenza dell’umano etc. etc.
Enumerare l’intero frasario di circostanza sarebbe lungo e richiederebbe un catalogo di tipo omerico.
Ma tra queste, una delle frasi più celebri suona: “La libertà è fine a sé stessa.”
E’ letta in molti sensi, secondo la sensibilità del singolo...
“La libertà ha un valore in sé”; ”la libertà può essere valutata prescindendo dagli scopi dell’azione”; ”il fine ultimo dell’uomo è la liberta”; “non dobbiamo usare la libertà come mezzo” etc.
Sta solo al lessicografo determinare i significati corretti - cioè quelli in uso - del termine. Per il resto, ogni interpretazione è lecita purché si faccia una chiara accusatio terminorum.
La tesi libertaria
Altra faccenda è sapere se le tesi connesse a quei significati sono vere.
C’è in particolare una lettura di quanto sopra che mi pare interessante.
Essa dice, più o meno: “La libertà è fine a sé stessa, nel senso d’essere un metro autorevole e sufficiente per valutare moralmente - in senso lato - le azioni altrui.”
Anzi: “E’ l’unico metro oggettivo per soppesarle”.
Chi formula queste tesi non è mai così ingenuo da pensare: “Totale licenza dei costumi purché si agisca in libertà!”.
Aggiunge di solito una postilla di questo genere: “La libertà è l’unico metro valido oggettivamente e dall’esterno solo per comportamenti privati, ovvero quelli non soggetti alla legge o alle consuetudini sociali”.
Non è sorprendente questa rigida partizione tra privato e non privato. Dopo tutto, neppure il criterio della libertà vorrebbe entrare nel merito delle azioni dei singoli, ma si arresta - per così dire - sul confine. *
Questa rigida separazione tra privato e pubblico si presta a infinite obiezioni.
Davvero c’è incomunicanza? Cosa fa da pietra confinaria e cosa garantisce che non si sposti nel tempo? Il singolo non ha forse diritto a ribellarsi alle norme pubbliche- quando ne ha diritto- proprio in nome della morale che abita il privato? E come potrebbe, se l’etica per massima parte non è oggettiva?
Ma le obiezioni hanno lo svantaggio di essere complicate e poco incisive.
Al contrario, l’asserto libertario rende egregiamente conto di una comune esperienza quotidiana.
Noi abitualmente diamo sugli altri una prima valutazione morale con il metro della libertà e dell’autonomia.
Di chi agisce in prima persona, diciamo tutti e senza incertezza che dimostra forza d’animo e iniziativa e di chi si assume la totale responsabilità delle proprie azioni aggiungiamo che è persona rispettabile.
Ma quando dobbiamo giudicare le azioni e la persona in sé, le nostre intuizioni perdono nitidezza e le nostre opinioni cominciano a divergere.
Insomma, la libertà come unico criterio etico oggettivo e chiaro parrebbe ben fondata.
Un contresempio
Mi pare però che ci sia un semplice controargomento.
Ci sono molti casi - non tutti - in cui è impossibile giudicare la libertà di un’azione senza dare giudizi di valore.
( A scanso d’equivoci: ciò non ha nulla a che vedere con la vituperata “libertà positiva”.
Vale a dire: l’idea che le nostre scelte sarebbero libere solo se conformi a quei particolare doveri che ci realizzano come persone, cittadini, uomini, mariti, lavoratori etc.
Sono quella sottoclasse di doveri chiamati virtù, che però qui non giocano alcun ruolo. )
Procediamo con ordine.
La libertà può essere limitata in forma quantitativa o qualitativa.
Se voglio afferrare un oggetto ma sono legato con catene, queste mi rendono meno libero in senso quantitativo. Quanto più il carceriere allenta le catene tanto più io sono libero, fino al punto in cui io potrò scappare.
Queste limitazioni sono costrizioni.
Se invece voglio decidere chi sposare ma affido la scelta ad un altro, la mia libertà è diminuita, ma in modo diverso: delegandola, la mia azione diviene meno mia e la libertà è meno libertà.
Questa è una diminuzione qualitativa, ossia un affievolimento, uno sminuimento per minore autonomia.
Ipotizziamo allora un dilemma: sposarmi o farmi prete, intervenire nella vita di mio figlio o lasciarlo fare, prendere la parola in un’assemblea o subire la discussione altrui, sostenere il PD o unirmi alla resistenza(
) etc. .
Se io affidassi la scelta ad altri sminuirei la mia libertà.
Ma poniamo che la decisione sia destinata a toccare qualcuno con cui sono ferocemente infuriato.
Non sarebbe del tutto sensato chiedere ad un altro di ponderare la decisione con lucidità maggiore della mia? Nessuno direbbe di noi che così facendo abbiamo svilito la nostra libertà.
E ora chiedamoci: perché nessuno lo direbbe?
Usiamo un ragionamento per esclusione, abbastanza affidabile visto che le possibili risposte non sono infinite.
Non è questione d’essere preda delle passioni. I moti dell’animo ci accompagnano tutto il giorno e non sempre a nostro danno: c’è la quiete dello studioso, la foga del retore, l’indignazione del sindacalista...
Neppure dipende dalla scarsa “razionalità” che l’ira produce. Quotidianamente disponiamo solo di 1/10 delle conoscenze e della razionalità necessaria all’azione, eppure- ci arrangiamo.
Non è neanche per il rischio di invadere il campo d’azione altrui, perché il discorso resterebbe in piedi anche se l’ira rischiasse di farci prendere cattive decisione a riguardo di noi stessi.
La risposta più sensata e semplice è, mi pare, che rischieremmo di fare la cosa sbagliata.
Se consideriamo quanto spesso i “libertari” si professano anche “relativisti etici”, non è cosa da poco.
* Con una nota frase sarcastica, ma seria l’on. Franco Grillini disse del on. cilicio dell’on. Paola Binetti: “Il sadomasochismo è un modo di godere. Purché ci sia libera scelta.”
( parzialmente riscritto sabato 2 febbraio )
- ritenuto uno che fa pensare.