martedì, 13 giugno 2006

Oggi non intendo essere diplomatico.
Ed infatti ritolgo i commenti. Sia chiaro che non insulto nessuno: mi limito ad essere soddisfatto.
Aggiunta: Cambiato idea, rimetto i commenti.



postato da: enochirios alle ore 22:13 | Permalink | commenti (3)
categoria:politica, dies cotidianus
martedì, 06 giugno 2006
 
           Beh, oggettivamente...
 
Con tutto che Liverani non mi piace molto ed è piuttosto sciatto( a volte riesce ad avere la peggio perfino con Odifreddi )... Tratto da qui .
 
« In coda agli altri critici del discorso ad Auschwitz, Umberto Galimberti accusa Benedetto XVI ( La Repubblica, venerdì 2 )di essere «uno dei più intelligenti interpreti di quel relativismo da lui a più riprese condannato come anticamera del nichilismo», perché ha ricordato che non si possono «ignorare le differenti pre-comprensioni» dei tempi in cui certi atti o errori compiuti sono stati commessi. Galimberti ammette l’«inevitabile pre-giudizio che condiziona ogni giudizio» umano e ne ricava «la conseguenza che non si dà una verità assoluta, ma solo interpretazioni». Capisco che per un relativista sia facile credere che «veritas filia temporis» (Aulo Gellio, II sec.) e, quindi, giudicare con i propri pre-giudizi moderni il pensiero altrui, ma bisognerebbe spiegare a Galimberti che un conto è la verità oggettiva e un altro la sua interpretazione, cioè la responsabilità soggettiva. Se lui non se n’è accorto, il Papa parlava di questa ( cui va applicato il criterio della pre-comprensione ), non della oggettività del male perpetrato. I relativisti, a volte, non si accorgono di esserlo. »
 
Eh, già... Premetto che "relativismo" non significa nulla di preciso- colpa imperdonabile di Benedetto XVI avere diffuso questa espressione giornalistica.
Ma qualcuno potrebbe scoprire da quel discorso che l'esistenza della verità oggettiva significa solo che esiste oggettivamente tanto la prospettiva individuale come anche il mondo esterno, cioè la realtà dal point of view from nowhere!
 
C'è sempre un primato di quell' "oggettivamente" nell'etica e nella politica. Quando noi agiamo eticamente riconosciamo che ci sono OGGETTIVAMENTE altri "io" individuali e soggettivi, che non ci sono asserviti, che noi non possiamo forzare, che sono diversi da noi ed il cui valore non è lasciato alla nostra interpretazione.
 
Valore... "Ama e rispetta l'altro" è un buon principio etico e "riconosci all'altro pari dignità civile a prescindere dalle sue idee" un buon principio politico, ma verrebbero svuotati se si lasciasse ai singoli l'arbitrio di stabilire chi è davvero un altro e chi no.
 
Basta dire, per esempio, che l'avversario politico non è un altro cittadino ma un "fascista" e già lo si è escluso dal novero degli altri in ambito politico. Oppure che quello là è una degenerazione umana, un matto da picchiare in manicomio, come accadeva una volta, e non un altro essere umano.
 
Ugualmente molti invocano come "libertà politica" stabilire individualmente se un nascituro in qualsiasi sua fase sia una persona, e quindi un'altra persona, o meno.
 
Ma se si lascia ai singoli la prerogativa stabilire che cosa è una persona, qualsiasi libertà politica diviene vacua.
La persona- vale a dire sapere, riconoscere e sancire che cosa essa è, non una sua definizione arbitraria - non è un principio etico o l'imposizione di un'etica, ma la premessa fondamentale di qualunque possibile etica e dell'intera politica.
 
Alcuni obiettano che non ci sarebbe un criterio "oggettivo" per sapere quando un non-nato diviene una persona.
Strano uso dei termini! "Oggettivo" qui vale solo come "basato su scienze empiriche o astratte", cioè biologia, psicologia, fisica etc. o logica e matematica. Se però vi si pone attenzione, si nota come neppure riguardo ai diritti ed alle libertà di persone adulte queste discipline hanno alcunché da dirci.
 
Dunque, neanche le libertà di ricerca e di autodeterminazione, il principio di neutralità dello stato, i diritti dei malati..., che sono stati invocati A SPROPOSITO durante la discussione bioetica dell'anno scorso, sarebbero oggettivi...?
Insomma, venivano invocati o messi in dubbio?
 
Sorge il sospetto che l'essenza della "campagna di civiltà" dello scorso referendum fosse un sostanziale suicidio dello Stato e dei suoi fondamenti.
 
Se lo statuto dell'essere umano, e quindi anche dell'embrione, ha bisogno di essere sancito - riconosciuto, NON definito - come persona o meno, non è un attentato alla neutralità etica dello Stato, giacché come ho detto non è una questione etica. Se questo tentativo di riconoscere lo statuto dell'uomo accade è perché di fatto la ricerca scientifica ha fatto sorgere interrogativi INELUDIBILI in ambiti un tempo inesistenti, e non perché si voglia surrettiziamente minare i diritti conquistati.
 
Questo discorso non dice nulla se un embrione possa essere sacrificato o meno per la ricerca, se lo statuto di persona conferisca automaticamente dei diritti e se un ovocita fecondato, che potenzialmente potrebbe anche degenerare e non diventare un essere umano, sia una persona. Non dice nulla neanche dell'indifendibile etica della sacralità della vita difesa in ambito cattolico o dell'uso sbarazzino dei referendum da parte dei radicali.
Anzi, di tutto questo probabilmente non parlerò mai qui.
E' solo una piccola premessa per togliere dalla strada una serie d’equivoci di fondo, e che mi permetto di riassumere così:
siamo certi che il referendum, con il suo enorme battage mediatico, la retorica sulla libertà e la laicità ed un uso mai visto dello strumento dell'opinionismo, non fosse altro che un modo per eludere quelle domande ineludibili? per salvare le proprie posizioni politiche da una radicale messa in discussione?
postato da: enochirios alle ore 13:22 | Permalink | commenti (1)
categoria:politica, philosophia
lunedì, 05 giugno 2006
 
          Ricorrenze
 
Tra 8 giorni passa un anno dal refendum sulla legge 40.
Un anno fa non avevo avuto tempo di trattare la cosa sul blog, perché preso da altre cose. Meglio così!
Ora, a freddo, si può parlarne meglio. Ho postato, togliendo la possibilità di commentare, un brano di Philip Dick.
Voglio essere più chiaro: non intendo in realtà "discutere" o "parlarne". Un blog non permette la precisione e l'approfondimento che una discussione richiede.
Lascerò solo un paio di osservazioni slegate, tra le decine che avevano animato i miei dialoghi e dibattiti personali un anno fa.
Non intendo convincere, né suadere nessuno e i pochi post che metterò in rete non vanno visti come se tendessero a dimsotrare una tesi più ampia, che pure esiste.
Sono appunti sparsi, pezzi di discorsi.
Il primo di questi è stato il racconto di Philip Dick, autore adorato in tempo di magra, cioè quando le sue riflessioni nascoste sotto le pieghe della narrativa sono innocue, e dimenticate quando possono giocare qualche ruolo.
So comunque che un brano di narrativa, per quanto fornisca interrogativi e dia suggestioni, non è uno strumento di discussione ed analisi specie per temi così delicati. Appunto per questo ho tolto i commenti( in realtà volevo segnalare che era intenzionale, ma me ne sono dimenticato ).
Prima di postare domani l'appunto di riflessione successivo- ribadisco che purtroppo sono assai impegnato in questi giorni - lascio questo post di spiegazione.
Chi volesse lasciare un commento anche polemico sul racconto di Dick può farlo qui.
postato da: enochirios alle ore 20:55 | Permalink | commenti (1)
categoria:politica, dies cotidianus