Che diremmo di un uomo...
«Tutte queste risposte [ i.e. ateismo e agnosticismo ] fossero pure false meritano il rispetto che le convinzioni umane meritano, non perché siano vere, ma perché altri uomini si identificano con esse.
Non merita invece rispetto la concezione oggi diffusa e per lo più articolata in modo poco chiaro, per cui la questione non sarebbe così importante. Tutto il resto, ciò che ci porta ad agire, è più importante: non vale la pena dedicare il proprio tempo a riflettere su Dio.
Se c'è un dio e se c'è una vita dopo la morte, si vedrà- dopo.
Se si è un uomo per bene ed onesto non dipende dal credere in Dio né dal non crederci. In fondo, gli attentatori suicidi islamici credevano in Dio, anzi era questa fede a motivarli al loro crimine.
Ma io dico che questa visione[...], come diceva un tempo Socrate, mostra un uomo assai penoso.
Chiediamoci che cosa diremmo di uomo il quale venisse salvato da una situazione disperata, fosse restituito alla vita e su cui fosse profusa una cornucopia di favori, ma rimanesse incerto se tutto fosse frutto del caso o il dono segreto di uomo amorevole. Poniamo che quest'uomo dica: «La domanda non mi interessa. Che ci sia o meno l'amore di un benefattore dietro tutto ciò, mi è indifferente. Ciò che ho, ho. Comunque non gli darei un rendimento di grazie» ?
Un uomo di cui abbiamo stima e rispetto ha il desiderio di ricambiare con un ringraziamento, se per questo v'è un destinatario.
Impegnerebbe ogni cosa per venire a capo di ciò, e vorrebbe anche potersi lamentare e protestare se v'è un destinatario.
La gioia si accompagna alla gratitudine e al ricambiare. Un diletto senza un destinatario[ cioè senza la ricerca di un destinatario, ndT ] può accompagnarsi solo all'appagamento ed alla consolazione. [...]»
testo di Robert Spaemann, Die Welt 26 marzo 2005
( testo integrale tedesco qui )
Robert Spaemann è, per chi non conoscesse, un estroso filosofo morale tedesco, conservatore coerente.
Il brano che commento è preso dal suo Gottesbeweis, cioè dimostrazione dell'esistenza di Dio. E' un articolo ricco qua e là di spunti, ma dal momento che, manco a dirlo, il nodo centrale contiene un errore grosso come una casa, mi limito ad un bellissimo passaggio parentetico.
Usualmente si considera che il valore di una persona non dipenda dalla sua fede, perché si può essere buoni e onesti anche senza credere o credere-che-non.
Questo è un'esperienza quotidiana.
Spesso un cristiano si trova di fronte ad un agnostico e non può in nessun modo non vedere che una persona ottima, eccezionale. Colpito, il cristiano cerca di spiegarsi il fatto e dice perplesso tra sé e sé: "In fondo, senza saperlo, è davvero cristiano...".
L'agnostico, o il filosofo non teista né ateo come Severino, vedendo che il cristiano è anch'esso un ottima persona mormora: "Quest'uomo si professa cristiano, ma lui crede di credere- in realtà pensa e agisce umanamente, da libero pensatore..."
Olè! Alla fine nessuno è davvero ateo, davvero credente, davvero laico...
Si tratta solo di mere parole, e se si eliminano le parole si avrà la pacificazione.
Davvero? Se quelle parole sono insignificanti, allora è una perdita di tempo il lavoro interiore che ha portato gli uomini, con fatica, a cercare una risposta.
Quindi quanti si dedicano a quel lavorio interiore sottraggono tempo ed energie all'onestà ed alle cose palesi e concrete: hanno quantitativamente meno onestà.
Il lavorio, se si vuole, deve restare un sovvrappiù, un hobby.
C'è un sottile e tumorale errore in questa diffusa visione delle cose: la domanda sull'origine delle cose non è per nulla qualcosa di eccedente e facoltativo. La stessa follia della croce cristiana non ha nulla a che vedere con questa idea di optional. Non è neppure- in prima battuta - una richiesta di qualchecosa al di là del nostro mondo: qualcosa dopo la morte, un ambito extrapubblico, una privata consolazione per la propria vita oggettiva.
Essa è, in una frase, ciò che stabilisce il nostro stesso rapporto con la realtà.
"Ciò che ho, ho", dice l'uomo indifferente e attento a cose concrete, ed intende non solo oggetti, ma anche affetti e persone.
Ma la frase, così semplice e suadente, ha effetti crudeli sulla natura umana.
Potrei mai dire che ora mi capita di avere un amico e sono felice che lui sia con me, ma che sarò del tutto indifferente se un giorno lo perdo?
Se l'indifferente seguisse coerentemente il suo motto basato sul verbo "avere", seppure usato in senso nobile, per lui non dovrebbe essere importante l'amico, ma dovrebbe amarne solo la presenza e il diletto che gli dà.
Infatti, l'unica cosa cosa che un uomo può avere è la bellezza dell'amicizia- non potrà mai possedere l'amico che ne è la fonte.
Ma la bellezza dell'amicizia è soltanto una sensazione, e come tale è effimera! Di più: essa può essere originata da persone sempre diverse, e non necessariamente da quell'amico in particolare.
Per raggiungere l'amico, l'uomo deve risalire a rovescio quella amicizia che lui si limita a percepire. Per fare questo, tuttavia, è necessario ammettere che l'amicizia non è solo ciò che lui percepisce, cioè il fatto che ora l'amico sia qui a fargli da spalla e domani chissà... Ci deve essere una fonte reale ed un donatore dell'amicizia, perché io possa raggiungerlo.
Insomma, la mia vita non è semplicemente ciò che io vivo e di cui sono del tutto padrone, ma è anche il mondo in cui io vivo e che mi trascende.
La cosiddetta "concretezza", se davvero porta fino in fondo la propria posizione, non può interessarsi delle cose e delle persone in sé.
Senza quel principio di realtà che l'indifferentismo non può che negare, ogni etica, relativa o "assoluta" che sia, è completamente vuota.